Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - PERSONAGGI - Umberto Sclocchi

Umberto Sclocchi
Testi a cura di Ugo Maria Palanza  maggiori info autore
Per chi ci è nato, non possono esserci motivi particolari di attaccamento alla propria terra. Vi è nato e basta: è detto tutto e per tutti, perché a tutti lo conferma la propria esperienza. In quelli che poi, per motivi di lavoro, dovettero lasciarla, alla causa primordiale d'amore naturalmente se ne aggiungono altre. 
La nostalgia consiste in questo: questa malattia, dai caratteri dolci e struggenti, i miei conterranei, così numerosi come emigranti, la conoscono bene e quanti sono quelli che l'hanno vissuta una vita intera, l'hanno sentita diventare pungente a poco a poco sempre di più, e si sono sentiti felici alla fine, alla fine dei propri anni, quando, col sudato gruzzolo, sono tornati nella terra natale solo per morirvi, per morirvi però guariti, guariti dalla nostalgia! Ricordo (non è cosa di molti anni fa) il contadino di Cappadocia, tornato vecchio al nido natio, spirato sulle pietre della piazza del paese, mentre, appena sceso dalla corriera, salutava i primi parenti ed amici. Chi può dire il sentimento che accompagnava l'anima del poverino nell'attimo in cui lasciava il corpo per librarsi finalmente nella libertà degli spazi immensi!?
 
Quanti sono veramente i misteri che corrono tra la terra ed il cielo! In ogni modo, nella vita di chiunque, è un sentimento sempre nobile l'attaccamento alla propria terra e chi lo trasforma, di volta in volta, in opere, azioni, che la onorano, la fanno crescere in prosperità, ordine, bellezza, la propria vita nobilita, in qualche modo la propria vita eterna nel ricordo dei propri cari, dei propri amici, nel ricordo di quanti in quel buon operare hanno trovato un qualche personale profitto. 
 
Più bello è poi l'amore di cui parlo se non è legato a grandi cose, a gesti che scuotono la curiosità delle grandi folle: ritrovare l'amore alla propria terra perché esso coincide con un dolore che non ci lascia mai, è una bellezza che non si può dire, ma certamente è profonda e non la corrode il tempo: ritrovare lo stesso amore in un'amicizia che abbiamo apprezzato quando ci legava ad una persona viva, ma più ci lega ad essa ora che non è più tra noi, ci porta a sfiorare altezze morali che dànno un senso all'esistenza stessa; ne fugano la nebbia, la noia, la santificano.
 
Fatti di questo genere, nel labirinto della mia memoria, ce n'è più d'uno, e ne godo: la mia memoria li conserva gelosamente, mentre scansa, e rifiuta addirittura di ritenere le più varie e più stolte insolenze del nostro tempo,
Tra i fatti di cui ho accennato c'è Umberto Sclocchi: un ricordo colmo d'umiltà, libero d'ogni peso materiale, appena collocato nella cornice d'una semplice camera, che gli faceva da dormitorio, da studio, da ricevimento: fredda dapprima, nei giorni in cui inizialmente lo conobbi, riscaldata poi, ma anche a fatica, dalla poesia: dal ricavato dalla vendita della prima edizione delle sue poesie.
 
Devo raccontare come venni in contatto con lui. Umberto era nato a Pescina il 26 agosto del 1927; dopo le elementari credo che la famiglia si trasferisse a San Benedetto dei Marsi, per un impiego che suo padre ebbe presso quel Comune. San Benedetto dei Marsi, la cittadina ripuaria del Fucino, divenne così la sua vera patria: vi giunse quando gli anni giovani cominciavano appena a schiudersi alle sensazioni più vive e più valide: amicizie, conoscenze, piccoli episodi di vita paesana, speranze, desideri, aspirazioni, e quanto rimase vivo nella sua coscienza nei lunghi anni dell'infermità, sempre naturalmente rimase legato allo sfondo di San Benedetto, ed i più vasti interessi, nei limiti in cui li coltivò, vuoi di carattere sociale, vuoi comunque di gruppo, furono gli interessi della cittadina, caduti di riflesso su di lui.
 
Dopo la guerra non poté non interessarsi a quanto accadeva nella vasta plaga agricola del Fucino: Torlonia, dunque, andava via: la terra veniva assegnata ai suoi diretti coltivatori. Per realizzare la vasta trasformazione ad Avezzano veniva istituito l'Ente Fucíno. 
L'Ente naturalmente lavorava con diramazioni varie ed il giovane Umberto vi trovò una sistemazione come commesso.
Il 5 settembre del 1954, mentre tornava in paese sulla sua motoretta, cadde e lì per lì pareva che non fosse accaduto niente o niente di eccezionale: nel corpo steso a terra non correvano segni di dolore particolare. Invece una vita stava lì stroncata per sempre, rotto, quel corpo, nella sua spina dorsale.
Cominciò la via crucis degli ospedali, lo sforzo d'inseguire a tutti i costi una speranza, finché il tempo impose le sue ragioni, e cominciò lentamente la rassegnazione. 
 
Davanti ad Umberto, perennemente disteso nel lettino, si pose il lento scorrere dell'esistenza; le brevi parentesi dell'uso della sedia a rotelle: l'affacciarsi raro, raro soprattutto nell'inverno, all'uscio di casa; uno sguardo all'aperto, il saluto ad un amico, le frequenti visite degli amici. Malato, seppe conservare amicizie e rapporti vari: si fece a poco a poco una piccola biblioteca, poi venne la compagnia della radio e poi della televisione.
Ma i giorni non passavano senza lasciare traccia. Nella mente e nel cuore cominciò il lavorio insistente della riflessione, il tentativo di conoscere chi siamo e che cosa siamo, e via via le conclusioni malinconiche lasciavano il posto al nuovo sentimento che cominciava a premere dentro ed a sentire il bisogno di venire alla luce.
 
Non posso ricordare il giorno in cui ricevetti la sua prima lettera. Mi raccontava la sua vicenda, allegava una poesia che era tale in un senso e non lo era per altre ragioni. Andai a conoscerlo. 
L'impressione che ricevetti è quella cui ho accennato all'inizio: una memoria visiva che ancora oggi mi pone davanti un'immagine che riassume un giovane disteso in un letto, in un ambiente modesto ma lindo, con alcuni amici che gli tenevano compagnia. 
Gli amici, quando io entrai, si alzarono, salutarono Umberto, mi salutarono e ci lasciarono soli. Ora accanto ad Umberto c'era anche la sorella Luisa, la creatura dolce e rassegnata, che aveva lasciato la vita religiosa, per assistere notte e giorno il fratello infermo.
 
La nostra prima conversazione fu subito disinvolta e fraterna. Parlammo di tante cose, importanti e non importanti, tanto per conoscerci, per smetterla subito di sentirci degli estranei. Il discorso giunse alla poesia e candidamente mi chiese come si scrivono le poesie. Nella sua mente c'era la convinzione
che io, come insegnante, sapessi anche come si scrivono le poesie. Continuammo a parlare, facendo una certa confusione, ma alla fine, sforzandoci entrambi a cancellare di qua ed a riscrivere di là, venne fuori
« Il Pallone »: 
 

Branchi di monelli,
creature rumorose, volti 
gioiosi della scuola alla 
libera uscita! Sulla pista 
stradaiola, capelli al vento,
dagli dietro al pallone!
Con essi è il mio cuore e 
il ricordo d'anni lontani, 
quando, sano, della folla fui idolo anch'io!
 

Riflessi e gli chiesi: ti ci senti in queste parole? Il quadro dei ragazzi che giocano fuori la scuola lo vedi? Ti viene la voglia di correre con quel dàgli dietro al pallone? Così ami i ragazzi, ti ritrovi in essi? Mi rispose con un lento sì ed un lento tremito delle labbra e dava segni di rendersi conto che il suo compito sarebbe consistito, d'ora in avanti, solo nel trovare le parole, e che per il resto la poesia ce l'aveva dentro. 
Una poesia legata al susseguirsi delle stagioni: ed il susseguirsi sempre punteggiato da una osservazione significativa:
 

Si scioglie la neve 
nella mia valle,
nell'aria si sente
il respiro della primavera; 
avanza lenta con passi 
di colori e profumi. 
Torna la rondine
sotto il vecchio tetto e si dispera;
il nido 
lo ruppero con fionde
i fanciulli
per gioco.
 

Quanto valore superiore assume quella disperazione della rondine, cui, per gioco, i fanciulli ruppero il nido. I fanciulli i piccoli dèí capricciosi e violenti, emblemi del fato capriccioso e distruttore. 
Nella meditazione e nella rassegnazione non poteva essere assente il senso religioso ed il malato che vedeva lontano l'ultimo bagliore del sole, ascoltava dalla torre campanaria l'Angelus, e dal cuore gli nasceva la preghiera « che sola m'aiuta
a sopportare / la vita ». Cominciano a mordere i ricordi, accompagnati al rimpianto, e non credo che il lettore abbia bisogno di parole per intendere certo profondo struggimento:
 

Poter tornare indietro, 
di nuovo arrampicarmi 
sulle falde del monte
alla sorgente del fiume! 
 
oppure: 
 
Oh, dissetami con l'eco 
dei ricordi, 
Fontevecchia!
 

E Fontevecchia appare in mezzo alla verzura, che si fa sempre più bruna per l'incalzare della sera. E il poeta ricorda:
 

Maestose in processione 
avanzavano le fanciulle del Fucino
con l'anfore in capo.
Qualcuna sfuggiva sotto i platani ...

E viene il rímpianto:

Oh Fonteveccbia,
perché tanto tempo 
è passato?
 

E il lettore nota quanta differenza corre tra una mente che si limita a constatare (si chiede come mai sia passato tanto tempo) un fatto, ed un'altra che vuol saperne la ragione: la ragione dei tanti misteri che corrono tra la terra ed il cielo, e tra questi, non menzionata mai, la sventura stessa del poeta. 
E si renda conto il lettore di quanta trepida tenerezza si colma il sentimento del poeta, quando tra i ricordi affiora quello della madre: tenerezza, ma anche pudore, candore, santità, venerazione, e che stretta drammatica nel rapporto tra madre povera e figlio infermo! Nemmeno il Pascoli ebbe note così delicate; non le ebbe così realistiche:
 

Da che la vita 
mi respinge, 
dal cielo, madre mia,
più vicina ti sento.
Al mattino, 
come era tuo costume, 
mi saluti con tacito cenno, 
e dall'angoscia nera 
le strade mi sgombri! 
A mezzodì, 
quando miracolosamente 
ritrovo una minestra, 
te rivedo 
nella dolce sorella 
che me l'offre. 
La sera, 
tra il crepuscolo dei monti.
nella prima stella ti rivedo,
e nella tenue brezza 
che mi soffia in fronte 
il tuo bacio distinguo, 
che ancor mi dice: 
Buona notte!
 

Ma errerebbe chi credesse assente nella poesia di Umberto Sclocchi i dolori degli altri e la giusta comprensione. 
La poesia La Bettola, in questo senso, è un bozzetto ed uno scorcio di vita fortemente incisivi: la bettola sta all'insegna del Morrone, sulla strada principale; all'intorno c'è odore di stallatico e di concime; irsuti, stanchi, vi sostano i bifolchi:
 

A breve distanza mi osservano 
ed io li osservo: 
di chi è più grama la vita? 
Poi uno di essi 
alla mia direzione 
leva il bicchiere 
e da lontano grida: 
Non prendertela! 
Infame è per tutti ... 
Gli altri assentono 
col dondolio lieve 
dei capi.

In altri momenti la comprensione dei sacrifici altrui è più serena: come nella preghiera del contadino, identificata col suo lavoro, quando si rende conto che è duro sfamare per dodici mesi cinque bocche:

Pure questo sereno cielo questa
infinita pace sempre nuovo
ardore infondono ad affondar
la vanga fra zolle nere al caldo del sole.

Il trenino della mia valle, tra i tanti versi che ricordano la fatica comune, è un piccolo gioiello a sé:

tuf tuf del trenino 
nella lunga valle ... 
le bietole sono il suo carico; 
se arranca, 
se sbuffa,
se lacera col fischio 
la volta del cielo 
non penso a immagini poetiche:
penso al fratello contadino!
 

E così, mentre il non comune sodalizio tra Umberto Sclocchi e me col trascorrere del tempo si consolidava con la corrispondenza e con le visite che di tanto in tanto mi riusciva di fargli, anche i frutti del sodalizio stesso si moltiplicavano, sì che ad un certo momento mi ritrovai tra mani un bel grappolo di componimenti poetici. 
Umberto cominciò (non lo diceva, ma a me non poteva sfuggire il legittimo desiderio) a sperare ch'io da un momento all'altro prendessi una decisione; ed io cominciai contemporaneamente a far qualche progetto.
 
Innanzi tutto lessi le poesie ai miei alunni del liceo classico; ad una classe seconda liceale proposi di prendere l'iniziativa, scegliendo le poesie, raccogliendo prenotazioni fra probabili futuri lettori, tenersi pronti per la correzione delle bozze e poi per la distribuzione del volume. 
Nel frattempo io avevo preso i contatti con l'editore Loffredo di Napoli, col quale ero in rapporti: l'editore s'offrì di contribuire col mettere a disposizione la carta a prezzo di costo e assicurando un consistente sconto sulla stampa. Ci fissò, stabilito che il volumetto si sarebbe aggirato sulle ottanta pagine, il prezzo definitivo per mille copie. con gli alunni fissammo il prezzo di vendita a lire mille il volume, sì che, calcolando l'incasso di un milione, detratte le spese per la stampa, all'autore sarebbe pervenuto un guadagno pari al costo... del modesto impianto di riscaldamento tanto necesssarío alla sua abitazione.
 
Era la primavera del 1969: quella splendida seconda liceo fece tutto con un entusiasmo gentile e goliardico e certo fu un pomeriggio particolare quello in cui Umberto vide giungere nella sua casetta di San Benedetto i miei ragazzi sventolando (faccio per dire) l'assegno, prodotto d'una fatica poco o punto comune, poco o punto popolare e che tuttavia, devo aggiungere, aveva incontrato tra gli studenti e altra gente molta più comprensione di quanto mi aspettassi.
 
Fu un successo. Non alludo alla critica (quando mai! ... ), alla gloria mondana, alludo al consenso dei mille lettori a quella poesia semplice, valida perché nasceva dalle radicí stesse dell'esìstenza. Silone la defini poesia esile: mi dispiace per il famoso conterraneo, ma non usò l'aggettivo giusto. La poesia di Umberto Sclocchi è il contrario d'una poesia esile: tutt'al più casta, pudica, desiderosa di nascondere la profondità del dolore (tuttavia così evidente) e per questo poesia forte, consolatrice e poesia vera anche per quel non insistere su un tema solo, sfiorarlo al più e lasciare poi alla comprensione dei lettori, alla loro fantasia, il resto. Non è poesia esile questa che legittimamente può dire:
 

Ma sono
di quella strana razza
che resiste ai colpi,
solo avendo pietà 
di se stessa ... !
 

Parole come queste, sulla punta della penna di taluni maniaci, certo sono retorica, suonano a vuoto lontano assai, ma chi le colloca nella prospettiva che giustamente le riguarda, sente che non sono vuoto suono, riflettono il senso originario per cui nacquero, dicono una verità, ristabiliscono un ordine.
Il collega professor Angelo Melchiorre volle spiegare, in un conciso articolo pubblicato sul Tempo del 12-4-69 i motivi per cui tanto lo aveva colpito l'iniziativa degli alunni del Liceo « Torlonia ». « Mi è parso », egli scrisse, « la miglior forma di contestazione o di protesta nei confronti di una società che spesso dimentica o disprezza la poesia e le cose belle, o che trascura e mostra piena indifferenza della infelicità e della solitudine; (il gesto dei giovani studenti) ha smentito il concetto che io avevo dei giovani d'oggi, che cioè fossero incapaci di saper distinguere ciò che è vero, bello e buono, da ciò che è falso, brutto e volgare. 
 
I giovani del «Torlonia" infatti hanno saputo apprezzare e, vorrei dire, scoprire un fiore di poesia semplice, chiara, veramente immediata e sincera in mezzo alla congerie di versacci, versetti e versucoli che da troppo tempo ci stanno sommergendo e soffocando; ha fatto sentire a me ed alle mie alunne, alle quali ho letto in classe alcune poesie dello Sclocchi, il valore della solidarietà e il significato profondo del dolore in chi da esso parte per dare un senso a tutta la sua vita; è servito più di qualsiasi lezione e di qualsiasi esortazione. Vorrei veramente che tanta gente leggesse le poesie di Umberto Sclocchi, non solo per il giusto riconoscimento che si deve alla poesia quando essa è tale, ma anche per far sì che si realizzi l'augurio che gli stessi studenti editori hanno formulato nella presentazione del libro: ch'esso possa andare lontano, non certo per desiderio di successo, ma perché possa ripetere al maggior numero possibile di lettori l'esortazione che essi credono d'aver raccolta da queste pagine, persuasiva e mite, che vivere si deve anche nel dolore ».
 
Seguirono riconoscimenti in vari concorsi, poi giunse il premio della cultura da parte della Segreteria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Nel febbraio del 1973, l'iniziativa degli studenti del liceo classico di Avezzano fu ripresa da un gruppo di Insegnanti elementari di San Benedetto ed il volumetto uscì in seconda edizione per l'Editrice Eirene. 
In una serata ufficiale esso fu presentato al pubblico di Avezzano nel teatrino di Don Orione. Umberto Sclocchi fu presente nella sua sedia a rotelle e non credeva a se stesso.
Fu questa forse la sua ultima gioia. La salute riprese a peggiorare. Nei primi giorni del gennaio del 1976 fu ricoverato nell'Ospedale di Pescina. Appena lo seppi andai a trovarlo. Era una mattina fredda, ma col cielo limpido e sereno. Lo trovai in una stanza discretamente accogliente, assistito amorosamente da medici e personale di quell'Ospedale. 
 
Ma egli non si faceva più illusioni; sentiva che il grande viaggio s'era iniziato e quando, rimasti soli, mi fece cenno di sedermi vicino a lui, ed io mi sedetti vicino e presi tra le mie una sua mano, raccolse le sue forze, parve aggrapparsi alle mie mani con la mano che stringevo tra le mie, sorrise e infine mi disse: fà che qualcuno si ricordi di me. Povero Umberto! Morì il giorno 8 di gennaio, qualche giorno dopo la mia visita, e non in Ospedale. Sera fatto riportare a casa. 
San Benedetto onorò le esequie del suo caro figlio adottivo con una partecipazione piena e profondamente commovente. Durante la Messa funebre, l'insegnante Ivana De Nicola lesse, con una bravura pari solo alla profonda emozione, alcune liriche di Umberto e la folla che gremiva la chiesa, la moltitudine contadina di San Benedetto, non si rendeva conto se stesse lì più ad onorare un santo o un poeta. Il corteo sostò per un ultimo saluto attorno ad una Croce che sta proprio al centro della strada su cui si trovava la casa di Umberto. Nascosto tra la folla posai gli occhi ancora una volta sulla finestra che dava luce alla stanza dell'infermo e mentalmente ricordai:
 

Dentro la solitaria stanza
vagano senza posa i sogni,
come branchi di cavalli 
allo stato brado. 
Superbi corsieri di razza,
nei verdi sentieri
dei liberi pascoli del cielo
galoppano da padroni incontrastati
con impetuosa foga 
e carica selvaggia,
rovinano in neri baratri 
da dove riaffiorano ed emergono 
e svaniscono nel nulla, 
come bolle di sapone.

 
Sei in: - PERSONAGGI - Umberto Sclocchi

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright