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Pietro Cimini
Testi a cura di Pietro Cimini
PRIMA DEL TERREMOTO,DOPO IL TERREMOTO
 
Negli anni in cui io trascorsi la mia infanzia e la mia fanciullezza a San Benedetto, dove sono nato, questo paese, che, essendo l'erede diretto dell'antica Marruvio, vanta la più antica e nobile storia di tutta la regione, forse attraversò uno dei periodi più bui delle sue vicende millenarie.
Per amore di precisione, dirò che mi riferisco, pressappoco, agli anni che vanno dal 1920 al 1930. 
La gente era tutta tesa a lenire in qualche modo le terribili ferite del terremoto del 1915 (e quanti decenni dovranno ancora passare prima di vederle in parte rimarginate!) e quelle che, immediatamente dopo, la guerra mondiale conclusasi alla fine del 1918 aveva inferto fra i giovani superstiti della prima sciagura. La popolazione era formata da famiglie fortemente miste per origine, in quanto, nella seconda metà dell'800, i lavori di prosciugamento e di bonifica del Lago Fucino avevano richiamato dalle parti più disparate dell'intero Abruzzo, molti operai, i quali poi, per così dire, si erano naturalizzati.
  
Successivamente i fortissimi vuoti causati dal terremoto furono colmati da lavoratori giunti da ogni dove, ma in modo particolare da Pratola Peligna, per dare man forte nel lavoro di ricostruzione e in quelli della campagna.
L'unica risorsa per tutti indistintamente era la coltivazione dei terreni del Fucino che, per quanto fertili, non assicuravano alla massa dei miei paesani se non quanto era appena sufficiente ad una grama sopravvivenza.
Infatti, alle precarie condizioni in cui l'agricoltura si è sempre dibattuta nel mezzogiorno d'Italia, si aggiungevano quelle derivanti dal fatto che le terre del Fucino non erano di proprietà dei marsicaní ma di Torlonia, cui essi dovevano pagare un fitto abbastanza gravoso, soprattutto per chi - ed erano la quasi totalità - era in possesso di sole dieci o dodici coppe di terra, molte volte spezzettate in lembi sparsi in vari punti dell'alveo.
 
Il denaro era cosa rara. Se uno cadeva ammalato, per curarsi doveva quasi sempre vendere la bestia da tiro che aveva nella stalla o cedere a pagamento ad altri un pezzo della terra di cui era affittuario. 
A tal proposito, però, devo dire, che se penso all'affollamento odierno degli ambulatori medici e degli ospedali, i miei paesani godevano allora, per fortuna, di una salute di ferro. Comunque, pochissimi erano coloro che potevano disporre di somme di denaro anche piccole, perché quasi tutti ricavavano dai campi e dall'allevamento del maiale e di qualche gallina solo quel tanto che li tenesse in vita. 
Ma a primavera, alle famose « coste di maggio », allorché le scorte del raccolto dell'anno precedente cominciavano ad esaurirsi, molti si trovavano in difficoltà anche per assicurare alla famíglia letteralmente la pagnotta quotidiana. Erano allora costretti a chiedere il prestito di una o due « coppe » di grano ad uno dei pochi affittuari maggiori, il quale, poi, all'atto della sospirata trebbiatura, era pronto a riprendersi proprio sotto la bocchetta della trebbia il grano prestato moltiplicato per tre o quattro volte.
 
Ricordo una bambina della mia età che spesso vedevo mentre si affrettava con un uovo in mano verso un negozietto di generi alimentari per comprare « un uovo » di sale o « un uovo » di conserva di pomodoro da riportare subito a casa, perché erano gli ingredienti necessari per dare un qualche sapore al magro piatto di pasta che la madre intanto stava preparando dopo aver intríso con acqua un poco di farína. 
E talvolta questo accadeva ad ora molto inoltrata rispetto a quella in cui normalmente si prepara il desinare, perché per sedersi al desco si era dovuto aspettare che la gallina « fetasse », ossia facesse l'uovo necessario per comprare un pizzico di condimento.
Quelli della mia generazione siamo nati tutti nelle baracche costruite dal Genio Civile dopo che tutte le case erano state distrutte dal terremoto: erano piccole costruzioni basse, contigue, con pareti sottili fatte da tavelloni e con l'impíantito di assi di abete. Molti esemplari, sebbene totalmente rifatti nelle strutture attraverso i tempi, sono giunti fino ai nostri giorni, quasi a ludibrio della dimenticanza dei governi. 
Questo paese di casette asismiche, man mano poi arricchitosi con i cosiddetti « padiglioni », fu costruito spostando verso oriente il centro del vecchio abitato, che prima si trovava più vicino all'alveo del lago, non lontano dai solenni ruderi romani dei Morroni. 
  
Lì, nella contrada del Pagliarello, per decine d'anni, in attesa della ricostruzione, sono rimaste le macerie delle rispettabili case di pietra distrutte dal sisma. In mezzo ad esse, ignari dei mille pericoli, avventurandoci su volte a botte sfondate, noi bambini abbiamo giocato ogni giorno con i frammenti di vetri e di cocci variopinti delle stoviglie frantumate dal crollo, che trovavamo tra i calcinacci. Recitavamo cosi la nostra vita infantile avendo pareti smozzícate e cadenti come quinte di un teatro in cui non avevamo dovuto nemmeno imparare a convivere perché lo avevamo trovato nascendo. Eppure, nel ricordo, forse tinto un po' di rosa per la nostalgia che nelle persone mature accompagna sempre quello della fanciullezza, quel villaggio di baracche mi si presenta con qualche aspetto civettuolo.
Nella píazzetta del paese, per esempio, l'ufficio postale, anch'esso situato in una baracca, presentava nella facciata una leggera pensilina sorretta da pali di legno, per riparare dalla pioggia coloro che dovevano sostare davanti allo sportello che dava direttamente sulla piazza. E due grandi alberi contigui, fronzuti, pieni di uccelli e di ombra, annunziavano la piazza a chi giungeva dalla strada principale, venendo dal Fucino.
In un'altra parte del paese, al limite settentrionale dell'agglomerato delle baracche, si stendeva un ampio prato leggermente degradante, in cima al quale, da un lato, era la misera chiesa parrocchiale, anch'essa baracca, con attaccato un tozzo campanile. 
  
Su quel prato, in ogni ora del giorno, nugoli di ragazzi giocavano chi con le mazze di salice a « puzella », chi a « zompa cavallo ", chi a « scoppa » con la creta che si trovava alla Muletta, chi agli « spari * prodotti incendiando con un solfanello, attraverso un buco praticato sul fondo di un barattolo rovesciato a terra, il gas acetilene prodotto da un pezzeto di carburo fatto reagire su un bello sputo di saliva. 
Quest'ultimo svago si poteva prendere, però, soltanto una volta l'anno, cioè nei giorni che seguivano immediatamente le feste di giugno, che erano la sagra del paese in onore di S. Vincenzo Ferreri e di S. Benedetto abate, santo di cui il paese portava il nome. Allora, infatti, era possibile procurarsi dei pezzetti di carburo razzolando tra i residui degli appositi bidoncini con cui il buon Cesídio Salerni alímentava i becchi degli archi per l'illuminazione della festa.
 
C'era un altro ampio spazio, ora inghiottito dalle costruzioni, in cui sciamavano i ragazzi un po' più grandicelli che cominciavano a giocare con palloni di pezza e in cui, intorno agli anni 30, nacque la società sportiva Marruvíana. Era anch'esso un prato, anzi il prato per antonomasia. Veniva indicato, infatti, con un nome che tradotto in lingua suona « dietro il prato », in quanto si estendeva dietro alla fila di casette della strada principale ed era irregolarmente delimitato dalle siepi di alcuni orti e da un fila di alti olmi, verso la quale degradava. 
In cima a quel prato per decenni troneggiò con la sua grande ruota una mastodontica caldaia a vapore arrugginita perché in disarmo e lasciata li affinché non ingombrasse l'officina di Sabatè, il maestro meccanico che si era trasferito con la sua non piccola famiglia a San Benedetto della natia Romagna, giusto in tempo per trovarsi coinvolto nel terremoto.
 
Ma in quel San Benedetto sparito, l'oggetto dell'invidia di tutti era il bello chalet costruito subito dopo il terremoto in un primo tempo adibito al servizio sanitario e poi definitivamente assegnato alla levatrice. Era una casa civettuola di legno scuro, a due piani, con bei balconi intagliati e con un ampio tetto quasi a pagoda, in cui la grazia architettonica si sposava alla funzionalità. 
Questa costruzione tipica delle località alpine, ma inconsueta nelle nostre parti, faceva spicco nella monotonia anonima e sbiadita delle baracche. Sorgeva non lontano dalla piazzetta del paese, di fronte al rudere della medievale chiesa di Santa Sabina, della quale è rimasto solo il bel portale romanico, ricordo degli antichi trascorsi gloriosi del paese, che pure, nei secoli bui delle invasioni barbariche, aveva dato i natali al papa S. Bonifacio IV.
La popolazione era formata nella sua totalità di illetterati; anzi molti erano addirittura analfabeti, perché notoriamente quella era ancora la condizione di tutte le popolazioni rurali del mezzogiorno, ma soprattutto perché il terremoto aveva sepolto tra le sue rovine anche tutte le poche persone socialmente più evolute. 
Le uniche d'una qualche cultura erano i tre maestri elementari, dei quali, peraltro, nessuno era nativo del paese, anche se vi si erano naturalizzati. Comunque, nessuno degli adulti aveva frequentato la scuola oltre la terza elementare e tra i ragazzi qualcuno l'aveva frequentata fino alla quarta, perché solo nel novembre del 1929 venne istituita in paese la quinta classe. Però tra i reduci della prima guerra mondiale ve n'erano alcuni i quali si distinguevano per la scorrevolezza della loro grafia e l'abilità nell'eseguire le quattro operazioni aritmetiche. 
  
Forse avevano acquistato una certa dimestichezza con la carta e il lapis nelle furerie durante il lungo servizio militare. Erano anche i soli che sapessero districarsi davanti alle bollette rilasciate dalla « pesa » presso la quale si consegnavano le barbabietole per lo zuccherificio di Torlonia, con la annotazione, per ogni carretto, del peso lordo, di quello netto e della tara-terra.
Non esistevano allora né sindacati né associazioni di categoria e pertanto per avere un'idea un poco più chiara dei propri interessi, in una parola per avere cognizione di quelli che solennemente venivano chiamati i « conti delle barbabietole », si ricorreva a quelle tre o quattro persone che passavano, per così dire, per istruite e alle quali, pure, durante i mesi invernali i giovani si rivolgevano anche per la « scuola serale », che tendeva soprattutto all'apprendimento delle quattro operazioni aritmetiche.
Se il terremoto aveva distrutto tutti i beni materiali, un colpo ancora più micidiale aveva inferto al tessuto sociale del paese, per i lutti plurimi e angosciosi che aveva prodotto in tutte, proprio tutte, le famiglie. E le gramaglie, nell'animo dei superstiti, durarono per tutta la vita: anzi potrei dire che esse durano ancora.
  
« Io sono di un paese dove il lutto si porta a lungo... », ha scritto Silone, nativo della vicina Pescina. E infatti le donne della mia infanzia io le ricordo tutte sempre vestite di nero. Nell'animo di ciascuna di loro forse il dolore lancinante veniva placandosi nel vedersi intorno rifiorire la vita per la presenza di noi bambini venuti dopo come a riempire in qualche modo il vuoto creato nel loro mondo affettivo.
Ma di quel mondo rimase sempre in tutte una sorta di acutissima nostalgia, come di un mondo più buono, più ricco di dolcezza di sentimenti.
E lo iato creato dalla sventura collettiva incideva nelle coscienze dei superstiti tanto profondamente che essa era per loro un termine assoluto di riferimento nella sistemazione cronologíca di tutti gli altri avvenimenti. 
La storia per essi si divideva in due grandi tronconi: quello « prima del terremoto » e quello « dopo il terremoto », sicché quando, per esempio, noi ragazzi chiedevamo agli adulti la spiegazione del fatto che si trovassero tra la terra del Fucino le valve di tante conchiglie di madreperla, essi ci parlavano dell'esistenza del lago poi proscíugato, datando l'avvenimento con l'espressione « prima del terremoto ». Così ogni accadimento di cui avessero conoscenza era collocato nel tempo con la sola prospettiva del terremoto. E questo accadeva soprattutto nelle donne, perché, forse, nella mente degli uomini la tragica vicenda era stata subito sbiadita, in un certo senso, da un altro fatto collettivo tremendo, nel quale si trovarono personalmente coinvolti dopo solo qualche mese: la prima guerra mondiale, che, notoriamente, segnò una svolta decisiva nelle coscienze di tutti gli europei.
 
Ho già detto che l'autentico benessere materiale era sconosciuto e la mancanza assoluta dei servizi civici lo denunciava con immediatezza. Durante i nostri lunghi inverni le strade, che erano senza marciapiede, percorse e segnate dalle ruote ferrate dei molti carretti, erano perennemente ricoperte da un profondo strato di fango che in alcuni punti giungeva fino alle caviglie. Come se questo non bastasse, allorché esse erano più infangate venivano ricoperte, da parte di uno degli agricoltori più facoltosi, con un alto strato di pula di frumento, quella che in dialetto chiamiamo « cama ». 
Quando, dopo qualche giorno, con il passaggio dei carretti e delle persone, la « cama » si era ben intrisa di fango, alcuni spalatori provvedevano a caricarla su dei carri e quindi a spanderla come concime sui campi del predetto agricoltore.
E non ricordo che alcuno si lamentasse mai per il disagio causato alla comunità dalla presenza di quella melma putrida per le strade. Perché quello che non faceva difetto tra la gente di allora era uno spirito di intraprendenza quasi pionieristico e una conseguente solidarietà tutta umana, che, cioè, non aveva bisogno nemmeno di poggiare su un sentimento religioso. Anzi a tal proposito occorre dire che mai la chiesa fu tanto deserta come negli anni ai quali si riferiscono queste note. 
Vero è che a riempire i vuoti che il terremoto aveva prodotto anche tra il clero della Marsica, erano stati mandatí sacerdoti dalle più disparate regioni d'Italia e non sempre costoro erano riusciti ad entrare in sintonia con le nostre popolazioni. 
A regger la parrocchia di San Benedetto era venuto dalla provincia di Milano Don Giuseppe Rescali, un anziano prete nel quale, evidentemente, l'età e il carattere scostante avevano spento ogni entusiasmo per il suo ministero. Non si era, perciò, avvicinato minimamente a quella popolazione, da cui, peraltro, lo dividevano non poco la grande diversità delle origini e della mentalità, oltre che le difficoltà obbíettive della situazione. 
  
Don Giuseppe non era riuscito nemmeno a trovare un sagrestano, per cui la messa, alla quale non assistevano mai più di due o tre vecchiette, gliela serviva l'anzíana sorella che si era portata dietro dalla natia Codogno, anche lei dotata di un carattere per nulla incline alla comprensione.
Però il sentimento religioso covava in fondo all'animo dei miei paesani, come si vide più tardi, quando, nel 1932, fu assegnato alla parrocchia il giovane sacerdote di Gallo di Tagliacozzo Don Achille Palmierini, attuale vescovo di Isernía. Con il suo giovanile entusiasmo guidato da fervoroso spirito pastorale e con le sue non comuni doti di umana simpatia, questi soffiò sul fuoco sopito in quelle coscienze dormienti suonando la diana del risveglio religioso, al quale non rimase estraneo nessuno dei miei paesani. 
E la chiesa, sia pure ancora baracca per diversi decenni, fu allora sempre insolitamente gremita da una folla che sentiva di aver ritrovato un indispensabile valore, di cui era rimasta priva per troppo tempo.
 
Ma, tornando ai tempi della mia fanciullezza, tra il grigiore delle persone intente alla battaglia per il pane quotidiano, spiccano nella mia memoria alcune figure di originali che non si erano lasciati ingabbiare nella comune defatígante routine del lavoro della terra.
Il fabbro « Vendritto », lungo e magrissimo, capace di forgíarti sull'incudíne in quattro e quattr'otto, per un quartino di vino, un paio di molle e una paletta per il focolare; il banditore « Cuccione » che percorreva il paese con il suo ammaccato corno d'ottone per annunciare che in piazza era giunto da Sora uno sciarabà carico di finocchi; « Barabba », pescatore e cacciatore infallibile che girava sempre scalzo e nel Fucíno sapeva sempre dove si nascondeva una lepre o dove si poteva pescare con sicurezza assoluta un chilo di tinche. Per non parlare del vegliardo Gíosuè con la sua fluente barba, che ricordo sempre mentre, con indosso la camicia rossa e il berretto di garibaldino, bonariamente minacciava con il bastone un nugolo di ragazzini che lo assordava vociandogli intorno. Queste e altre figure ancora avrebbero meritato di essere eternate in un film surrealistico di Zavattini come « Miracolo a Milano ».
 
La fiorente gioventù che oggi sciama lieta e vestita alla moda per le strade asfaltate del paese, non immagina nemmeno quanto sia profondo il divario tra l'ambiente della vita che accolse i loro nonni o anche i loro genitori e quello di questi giorni. 
D'altronde, dal tempo cui si riferiscono questi miei ricordi, ci sono state l'avventura italiana in Africa Orientale, la seconda guerra mondiale, la riforma fondiaria del Fucino, l'enorme diffusione delle scuole e, non ultima, la televisione, ad approfondire rapidamente le distanze tra una generazione e l'altra, ma anche ad attenuare, insieme con l'assillo della precarietà di poter soddisfare i bisogni elementari della vita, la solidarietà affettuosa che era il tessuto connettivo della comunità sanbenedettese.
Forse, però, queste considerazioni sono proprie di tutti gli anziani, allorché si volgono indietro alla ricerca del tempo perduto.
 
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