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L'antico canale di "Civita"
Testi a cura di Fulvio D'Amore  maggiori info autore
Il tentativo di cogliere alcuni aspetti della storia socio-religiosa marsicana, attraverso le forme della partecipazione laica alla gestione amministrativa dei beni delle chiese e della Mensa vescovile, ha reso necessarie un'analisi e un'esposizione partîcolarmente complesse di vicende che spesso, e soprattutto alla prima impressione, appaiono solo come semplici faide di paese. Di fatto, come da qualche tempo stiamo ormai sottolineando, sono, invece, proprio esse a rivelare il significato che certe questioni assumevano nel contesto territoriale e, usando un termine del quale si è fin troppo abusato, nel " vissuto " delle comunità. 
  
Quanto i vescovi dei Marsi denunciavano nelle loro relazioni, appare significativa testimonianza del rilievo assunto dalla sempre più prepotente presenza laica in un lungo arco di tempo, nella gestione delle istituzioni ecclesiastiche e religiose della Marsica dal viceregno fino all'Unità d'Italia ed oltre. Al fine di valutarne il significato in un'ottica che non fosse quella un po' troppo semplicistica dei contrasti giurisdizionali, si è ritenuto riportarsi ad una prospettiva d'indagine che tenesse conto anche delle relazioni tra l'istituzione ecclesiastica (in questo caso il Capitolo dell'ex cattedra1e di S. Sabina e la Mensa vescovile), e le specifiche realtà in cui essa era inserita. Per questo motivo si è preferito assumere come campo di ricerca il territorio posto a levante della Marsica, poiché esso era costituito da contesti comunitari nei quali, almeno nella maggioranza dei casi, con riferimento alle strutture istituzionali e socioeconomiche, meno complesse di quelle di grossi ambiti urbani dell'epoca, la parrocchia era un importante punto di riferimento della vita sociale. 
 
Nell'ambito di quest'orientamento, la rilevante presenza laica nel governo di molte chiese, parrocchiali e non, e, in generale la partecipazione d'alcuni cittadini in veste d'affittuari dei beni della Curia, fu fonte di preoccupazione per i vescovi che si alternarono al governo della diocesi dei Marsi durante lunghi periodi. Scrive lo storico Giuseppe Galasso in proposito: " Prelati, chiese, monasteri erano fortemente attestati su posizioni di difesa del privilegio e dell'immunità ecclesiastica con continuità interrotta. 
  
La Chiesa tridentina non segna affatto, per quest'aspetto, una fase di raccoglimento e d'interiorizzazione della sua azione istituzionale. Al contrario, segna precisamente un rafforzamento deciso della sua istanza temporale ". Nel quadro cosi già sommariamente delineato s'inserisce una delle tante vertenze scoppiata per causa dell'antico mulino " della Chiesa dei Marsi edificato nel luogo detto Civita, e rimasto indiviso fra il Vescovo e il Capitolo in memoria della vita menata in comune per tanti secoli ". La Curia aveva sborsato per avere quei terreni, posti in territorio di S. Benedetto " Villa di Pescina ", una somma pari a trentasei once d'oro, negli anni tra il 1290 e il 1315, ricomprandolo al signorotto " Giovanni Piccardi, padrone della Città Marsia e del Castello di Venere, e ad Ugone del BaLzo, divenuto nei tempi posteriori padrone del Castello di Pescina ". 
  
La prima controversia coinvolse l'arciprete della mensa vescovile, i canonici don Francesco Cerasani e don Antonio Aspromonte, deputati " in nome del Reverendissimo Capitolo ", schierati contro gli affittuari del mulino, Francesco Presutti e Francesco Valeri che, evidentemente, non riuscirono a far fronte ai gravosi impegni presi e sottoscritti nei patti del rogito notarile regolarmente stilato dal " Notar Bernardo Antonio Sclocchi ". L'affitto del mulino, fu stabilito dal dicembre 1732 fino al dicembre del 1735, trovandosi lo stabile in buone condizioni con tutte le macine " gli stigli, e col comodo della casetta e della stalla ". 
 
L'obbligo dei locatari consisteva nel pagare ogni anno agli ecclesiastici " Salme 94 di grano, buono e cioè Salme 46 alla Mensa vescovile, e Salme 46 e mezza al Reverendissimo Capitolo ". Al momento della stipula del contratto, oltre al notaio, assistettero altre importanti personalità del luogo: Giovan Battista Villanucci, regio giudice di Pescina, i " Magnifici " Don Nicola Massimiani, Don Francesco Del Zoppo e Don Jacopo Sclocchi. I loro nomi erano preceduti, dal " Don " spagnolesco, titolo riservato a gentiluomini e a persone di riguardo, spesso usato nelle nostre zone per lunghi periodi, anche come forma di discriminazione rispetto al misero ceto rurale. A distanza di ventisette anni, e cioè nell'aprile del 1767, un nuovo accordo d'affitto fu stilato con un certo Carmine Jacone nella Curia di Pescina " per l'estaglio di Salme di grano cento e cinque annue ". 
  
Ma, dopo una tremenda siccità che mise in ginocchio tutta la Marsica, lo stesso locatario, molto probabilmente, non riuscì a far fronte ai suoi impegni, e, di conseguenza, fu citato davanti al giudice del tribunale della Doganella dell'Aquila. In seguito, l'accanita diatriba passò alla Camera della Sommaria presso Napoli, che decretò addirittura l'arresto dello sfortunato Jacone, perché nel capitolo secondo, degli atti di stipula contrattuale, si leggeva tassativamente: "  Che i medesimi non possano pretendere defalco alcuno, né diminuzione dell'annua corresponsione suddetta per qualsivoglia causa, o motivo di mancanza d'acqua e di grano ". 
 
Oltretutto, le spese giudiziarie costarono in totale a Jacone ben 106 ducati e carlini 6, da dividersi tra i canonici curati don Angelo Cordischi, don Giuseppe Sabatini e gli eredi del fu don Antonio Aspromonte. Dall'anno 1772 e fino al 1774, il mulino fu affittato ad Antonio Tangredi e Tommaso Proja, tutti e due nativi di Fontana Liri " per l'annuo estaglio di Salme cento di grano concio a due crivelli, e Salme tre di grano per Ei sagrestani della stessa Cattedrale ", con rogito del notaio pescinese Venanzio Sclocchi Pucci. Nel 1777 " Per una straordinaria alluvione accaduta, essendosi rotto lo scerto, e diramato l'acquedotto nel suo incile o capo, si vide obbligata la Mensa a ricorrere al Sacro Regio Consiglio, legitimis documentis, aginché fossero costretti a concorrere ad una tal spesa gl'interessati Padroni di Venere, Civita, ExCelestini, e Canonici de' Marsi ". 
 
Attraverso un accordo stilato dalle parti e registrato dal notaio Mascioli di Pescina, le parti in causa sborsarono circa trecento ducati, facendo costruire, su progetto dell'architetto Francesco Bianchi messo in opera " dal fabbricatore Mastro Francesco Tranquilli ", un muraglione protettivo. L'incameramento nel demanio dello Stato dei beni degli enti ecclesiastici, ebbe una svolta assai rilevante nel 1809, causando anche nella diocesi dei Marsi, com'era prevedibile, abusi e scompensi. 
  
Approfittarono del momento decisamente sfavorevole al clero, due proprietari, Giuseppe Jacone di Pescina e Vincenzo D'Amore di Cerchio, che avevano i terreni confinanti con il canale della Civita, edificando arbitrariamente " un nuovo mulino in luogo più elevato, e animandolo collo stesso proprio canale di acqua ". Mossi da profondo odio verso il vescovo Giovanni Camillo Rossi, avevano per questo impiegato notevoli sforzi finanziari per la costruzione dello scavo abusivo, deviando cosi prepotentemente il corso del fiume Giovenco sui propri fondi. Nel 1812, tra minacce ed ingiunzioni, il nuovo mulino era stato già edificato proprio " sull'acquedotto che si divideva sul ponte Trojano in due altri acquedotti. In uno c'era il mulino della Civita e nell'altro un mulino chiamato Venere, appartenente ai Celestini di Celano ", in pregiudizio della Mensa vescovile. Dopo aver sostenuto la notevole spesa di 1118 ducati, somma impiegata per far mutare la direzione al corso d'acqua, i due proprietari furono regolarmente denunciati da Michele De Giorgio (avvocato rappresentante del vescovo) e da Nicola De Cecco, patrocinatore del canonico Ferdinando Cordischi (procuratore del Capitolo dei Marsi e proprietario). 
  
L'avvocato Donato Crognale, investito della tutela di Jacone e D'Amore, non riusci infine a scagionarli, e, proprio dal tribunale di prima istanza dell'Aquila, fu vietato ai tenaci possidenti di apportare innovazioni al flusso del fiume Giovenco. A delineare i termini della questione, rimangono anche le impressioni dello studioso Andrea Di Pietro, sempre puntuale nei suoi riscontri: " 
Perciò, sebbene per l'abolizione allora fatta delle leggi feudali, i padroni dei fondi vicini al canale avessero acquistato il diritto di irrigazione senza pagare l'antico tributo, pure non poterono distruggere la rendita della Chiesa padrona del canale coll'edificare un nuovo mulino nello stesso canale ad essi appartenente ". Durante l'annosa causa, che aveva visto impelagati nei difficili accertamenti il giudice di pace del circondario e vari periti, il presule presentò in suo favore importanti carteggi a conferma del suo possesso ad immemorabili del vecchio mulino detto di Civita <<Cqncessione che fu poi avvalorata da Regio Assenso di Carlo II d'Angio a di 25 Maggio 1290, e che originalmente conferivasi nell'Archivio Capitolare col rogito del Notar De Rubeis che fu diligentemente redatto per Notar Giovannoni di Avezzano. Considerando che iI Capitolo vescovile lo aveva posseduto pacificamente senza che nessuno li avesse contrastati e che il mulino de' Celestini era attualmente in possesso del Sig.r Marchese Arena...". 
 
Altri elementi della causa, opportunamente sottolineati dal regio notaio Filippo Buccella di Ortona dei Marsi, emersero attraverso la presentazione al tribunale dell'antico catasto del comune di Pescina (era il de appretio aragonese del 1679), che dimostrava l'esistenza al foglio numero 160 della particella appartenente alla Curia, ossia la " Terra con Molino di Civita ". Il notaio, chiamato in causa dal vescovo, essendo conservatore dei protocolli del suo collega Gaetano Ballotta di Ortucchio, estrapolò da questi ultimi altri importanti documenti, tra i quali un prezioso inventario dei canonici di S. Sabina del 1544, dal titolo " Inventarium possessorum, ac Terrarum omnium canonicorum Sancta Sabina ", nel quale si leggevano i termini di confinazione della particella: " Terreno, e prato con palude al Molino Vecchio di Civita, confino con S. Benedetto, il Vescovado, e il Lago di Fucino, e la Via, di coppe cinquantotto ". 
 
A sostegno di tali osservazioni sembrano andare alcune condizioni che definirono, il 13 gennaio 1816, la causa portata davanti alla tribunale di Lanciano, dove il giudice della Corte d'Appello condannò definitivamente Jacone e D'Amore alla multa (10 carlini e grana due) ed alle spese di giudizio, lasciando salvo " pero ai medesimi il diritto d'irrigare secondo il solito ". 
In quel famoso tribunale, furono esibiti altri rilevanti attestati, tra cui la pianta della Vicenna della Reverendissima Mensa vescovile, che riportava a margine una dettagliata leggenda: " Colla presente Pianta Topografica viene descritto tutto il Terreno occupato nel quantitativo di Coppe tre, e Canne trenta dalla Fabbrica, ed Acquedotto del nuovo Molino di Civita, sito sul Terreno della Reverendissima Mensa Vescovile denominato il Luogo: Come pure una porzione di Terreno di spettanza dei Reverendissimi Canonici, del quantitativo di Canne Ottanta, segnato alla lettera F, che rimane per uso pascolo alle vetture dei macinati ". Lo stesso tribunale concesse al vescovo di edificare un nuovo mulino più a monte, perché ormai il vecchio appariva " inutilizzato dall'escrescenza del Fucino ". 
  
Il mutare dei tempi e delle circostanze, lasciò aperti, tuttavia, nuovi conflitti tra le parti in causa ed altri problemi si protrassero per lunghissimi anni, magari scomparendo per un periodo e riattivandosi dopo secoli, col mutare dello scenario politico e dei rapporti di forza sociali. In particolare, tra i vari proprietari terrieri e l'episcopio dei Marsi altri dissidi si manifestarono con una certa veemenza subito dopo l'Unità d'Italia. Successe allora che il 22 marzo 1864 il tribunale circondariale di Avezzano fu costretto ad intimare al " proprietario Modesto Villanucci, domiciliato in Pescina " di " togliere le innovazioni tutte da lui fatte, dirette a deviare le acque del canale di proprietà del Reverendo Capitolo ". 
 
La nuova controversia conobbe anche momenti drammatici, per l'abbattimento forzoso, ad opera di tre operai di Pescina ed un " maestro fabbricatore " di Cocullo, dello sbarramento effettuato precedentemente dallo stesso Villanucci, realizzato per deviare l'acqua nel suo mulino. Accertato che i suddetti terreni, colti ed incolti, erano stati già oggetto di compravendita tra privati cittadini circa 49 anni prima, parve opportuno, tenuto conto delle necessità produttive, la messa in opera di nuovi impianti e tutto questo,'evidentemente, ancora a discapito dei diritti della Curia vescovile. 
I contrasti si riacutizzarono con i soliti comportamenti estremi, come spesso accadeva allora, svelando dunque anche i forti interessi tra i poteri dominanti nella zona, che comunque andavano generando, proprio in quel momento, confusione ed incertezza circa la giurisdizione territoriale. 
 
All'atto pratico e nel rispetto della legge (cosi si evidenzia nel testo), l'autorità giudiziaria si portò con un'ingiunzione nel " luogo ove esistevano le innovazioni, consistenti in una palizzata, attraverso la quale vi esistevano una gran quantità di frasche frammiste con terra, e zolle costruite insieme per alzare le acque dal fiume Giovenco, ed attuato alla palizzata in parola, si era costruito un muro di terra pieno, per dove dal fiume suddetto innalzato il livello dell'acqua, s'intrometteva in un canale di fabbrica a volta che comunicava con il fondo di esso Villanucci. Quali palizzate, muro con terrapieno, e canale sono stati abbattuti, e demoliti ". Il reverendo Capitolo di Pescina fu rappresentato in quelle evenienze dal canonico don Andrea Di Pietro e dal subeconomo dei benefici vacanti Don Paris Mattei domiciliato in Avezzano, ma con residenza elettiva in casa di Don Stefano Tabassi. 
 
Una vicenda questa, che dimostrò ancora una volta la tenacia degli ecclesiastici, ormai lungamente tartassati dalle soppressioni, contro lo strapotere borghese dilagante, per difendere dall'usurpazione tali sacrosanti diritti. Di fatto, una politica anticurialista, iniziata dal ministro borbonico Tanucci, proseguita dal governo napoleonico di Gioacchino Murat e perseguita strenuamente dai piemontesi e dal nuovo governo Italiano poi, mise in evidenza duri contrasti tra interessi patrimoniali radicati ben a1 di là del semplice possesso. Troppo lunga per essere raccontata in dettaglio la storia delle rivendicazioni zonali tra poteri civili ed ecclesiastici attraverso i secoli, basti qui ricordare l'annoso episodio sottolineato nell'ambito di questa ricerca, per mettere in rilievo, ancora una volta, le numerose vertenze territoriali in un contesto caratterizzato da lotte feroci intraprese daî baroni, dai comuni e da gruppi di cittadini, per accaparrarsi il cospicuo patrimonio della chiesa dei Marsi.

  

NOTA DELL'AUTORE 
Su questi interessanti argomenti, in generale, abbiamo consultato: G. GALASSO-C. RUSSO, Per la storia sociale e religiosa del Mezzogiorno.
 
   
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