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Marruvium e la Civitas Marsicana
Testi a cura del Prof. Giuseppe Grossi  maggiori info autore

I resti della città antica sono sotto le case ed il reticolo viario della cittadina fucense ricostruita dopo il terremoto del 1915. Solo negli anni 80 del Novecento lo Stato, in collaborazione con le amministrazioni locali ed università italiane, ha iniziato uno scientifico intervento sull'area, mentre in precedenza la tutela era affidata all'eroico e compianto maestro Vincenzo D'Arpizio coadiuvato da Sandro D'Amato. Della storia più antica dell'area conosciamo poco, ad esclusione che nel luogo dovette svillupparsi un insediamento del Bronzo finale testimoniato da ceramica d'impasto rinvenuto alla "Muletta" ed altri luoghi cittadini. I nuovi scavi hanno invece dimostrato l'esistenza in loco di un vicus del III-II secolo a.C., di cui non conosciamo la reale estensione, le cui murature sono state notate sotto l'impianto tardo-repubblicano; il villaggio nel III secolo era dotato di un'area cultuale, un templum augurale, dedicato ai Di Novensides. Probabilmente un falso ottocentesco è l'iscrizione di Scipione Emiliano, non quindi una rielaborazione di età traianea; mentre l'iscrizione relativa a lavori eseguiti per decreto di un vicus (edificio di via Fucino, n. 28), citata dal Coarelli, è risultata provenire dal vicino vicus della Restina di Venere . 
  
Lo stesso può dirsi della rilettura di un passo di Celio Antipatro riguardo all'itinerario di Annibale nell'area; nella fonte appaiono i Marrucinos e non i Marruvinos come nell'emendamento sostenuto dal Letta. L'ipotesi di La Regina, ripresa dal Letta, di una fase arcaica di Marruvinm da ricercare nel grande oppidum di Rocca Vecchia di Pescina, è in realtà poco solida. Il centro di Pescina è probabilmente riconoscibile nel centro fortificato di Plestinia conquistato da Valerio Massimo nel 302 a.C. e presenta un grande vicus di età repubblicana che si sviluppa nel sottostante centro storico di Pescina e sul Piano della Luce con santuario principale nella località di Castelrotto. 
Uno stretto legame è invece dimostrabile con il sovrastante centro fortificato di Colle Cucume (quota 970, Pescina), l'unico a non avere sulla base un villaggio di età repubblicana ed in cui è forse riconoscibile l'ocri Marvuvia delle origini. Il vicus in avanzata fase urbana dopo il bellum Marsicum, divenne sede del municipium di Marsi Marnivium entro la metà del I secolo a.C. e, come tutti i municipi marsi, venne iscritto alla tribù Sergia, parte della Regio IV (Sabina et Samnium) e governato da quattuorviri. 
  
Certamente l'istituzione municipale nell'area deve aver favorito l'arrivo nel luogo di numerose genti dei vicini oppida e vici, come testimoniato sul sovrastante Piano di San Nicola di Gioia dei Marsi, dove il villaggio ed acropoli risultano essere state abbandonate nel corso del I secolo a.C. L'impianto cittadino a tessitura ortogonale programmato in età tardore-pubblicana, con maglie rettangole regolari di 240x270 piedi romani (con orientamento nord-est sud-ovest, nord-ovest sud-est) fu compiutamente portato a termine durante l'ultimo quarto del I secolo a.C., quando fu definitivamente provvisto di edifici pubblici, grandi monumenti, vari tipi di abitazioni ed anche delle strutture del terziario. Infatti: resti di un edificio a pianta basilicare sono stati rinvenuti nei pressi di via Napoli, ambienti termali in via della Moletta, una raffinata domus in corso Vittorio Veneto, ambienti commerciali e taberme, in via della Circonvallazione, un porticato nell'area dell'ex asilo e infine una domus di età repubblicana nell'area della Civita. 
  
Numerose le attestazioni del reticolo stradale con carreggiata stradale larga 13 piedi romani circa (m 3,86) composta da grossi basoli di calcare locale e crepidini (marciapiedi) larghe 3 piedi (m 0,89). Alla metà del I secolo a.C. è da attribuire la cinta muraria in opera quasi reticolata di cui lacerti sono riconoscibili sul settore sud-ovest e notevoli crolli su quello sud, alla Muletta ed in prossimità del Molino di Civita. Purtroppo le ricostruzioni proposte in passato, ad esclusione del tratto sud-est e delle porte sud ed ovest, non sono accettabili: l'anfiteatro, per esempio, doveva essere posto fuori le mura, su una depressione occupata da un fossato naturale ed una necropoli del precedente villaggio. Al momento iniziale dell'istituzione municipale, è invece da attribuire l'edificazione del Capitolium, localizzabile sul sito dell'Albergo Ragno a sud-ovest di Santa Sabina con l'annesso horologium solare fatto realizzare a loro spese dai magistrati (quattuorviri) municipali g Fabius T.f: e O. Mwnatius. Purtroppo il grande tempio di età augustea a tre celle su alto podio con scalinata sul davanti, pronao ornato da otto grandi colonne scanalate, semicolonne addossate all'esterno della cella e aperto verso sud-est in direzione del foro, fu barbaramente distrutto nel 1967 e soprattutto nel 1974, durante l'edificazione di edifici contemporanei. 
  
Le residue colonne e semicolonne (basi e rocchi scanalati), lastre pavimentali e decorazioni sono ora disperse in vari luoghi del paese. Delle divinità onorate nel tempio non abbiamo attestazioni, ma forse un bel frammento di scultura di Ercole con leontea della Collezione D'Arpizio nel Deposito comunale, potrebbe confermare l'attribuzione di una delle celle al dio dei guerrieri marsi e del commercio del sale sulla Valeria. A lavori di sistemazione dell'area forense a metà del I secolo a.C., si deve l'intervento di un noto esponente marruvino, Cervarius Octavius La.nas, un magistrato che si occupà di lastricare la strada dietro il Capitolium. Altri monumenti cittadini sono segnalati dalle iscrizioni: un macellum con vicino arco e un bagno riservato alle sole donne (balneum muliebre). Sull'altura a nord-est, su un isolato ai margini del foro, si posizionà l'antica cattedrale di Santa Sabina in età paleocristiana e non nel centro del foro, come si era erroneamente supposto in passato. 
  
L'importanza del municipio in prima età imperiale è confermata dalle parole di Strabone e Silio Italico che non conoscono altre realtà urbane, lungo il percorso della Via Valeria, se non Alba Fucens e Marruvium; mentre gli altri centri non sono che dei villaggi o rocche che valgono solo per il loro numero, a detta di Silio. Questa ricchezza urbana ed economica portò esponenti in vista delle famiglie locali a fare fortuna a Roma sotto la dinastia giulio-claudia, soprattutto gli Octavii Lanates che riuscirono a raggiungere due volte il consolato. Il legame fra questa famiglia con la dinastia giulio-claudia, insieme a quella ad essa imparentata dei Rubelii Blandi, è testimoniata in età tiberiana dai rapporti con i Clmidii Nerones, confermato da iscrizioni poste su basi di statue relative a: Alfidia, la madre di Livia; Tiberio Claudio Nerone, il padre di Tiberio; Antonia Maggiore. Queste statue, rinvenute nel Settecento durante una decrescenza lacustre erano, forse, poste su una esedra di una villa romana posta fuori le mura sul piano fucense prosciugato e non sul teatro come supposto in passato. Furono queste famiglie marruvine, insieme ad altre, che probabilmente intervennero sui Claudii per la realizzazione del prosciugamento parziale del Fucino; forse sono loro alcuni dei possessores a cui in età traianea furono recuperate le terre agrarie, rioccupate dal ritorno delle acque fucensi data la cattiva manutenzione delle opere idrauliche claudiane dell'Emissario romano.
 
Forse nella seconda metà avanzata del I secolo, Marruvio divenne sede di una colonia come confermato dalla presenza dei duorviri (tipica magistratura coloniale) e la menzione, come Marsus municipium, nel Liber Coloniarum in una assegnazione nel II secolo delle terre emerse dopo i prosciugamenti imperiali del secolo precedente. Il Letta ha proposto recentemente l'ipotesi che il territorio marruvino sia stato ridotto in colonia, con estensione della centuriazione sul relativo territorio, dall'imperatore Claudio con il permanere però dell'antica titolatura municipale. Gli studi sulla centuriazione di Marruvium, hanno dimostrato che il municipio ebbe una divisione agraria del suo territorio all'indomani della Guerra sociale con stretta aderenza del reticolo cittadino agli assi centuriati fino a comprenderne una intera centuria. L'importanza della città per tutta l'età imperiale e soprattutto in età tardoantica, è testimoniato dalla presenza in loco dei curatores della Tiburtina-Valeria, come il Modestus Paulinus della prima metà del III secolo, che in qualità di curatores viarum Tiburtime Valeria. e padrone municipale, definisce il centro " splendidissimm civitatis ", vista la sua modernità. Pur tuttavia, il periodo d'oro della città è segnato dalle opere di parziale prosciugamento del Fucino, attuate dall'imperatore Claudio nel 52 d.C. e con i successivi interventi di Traiano ed Adriano; lavori che permisero alla città di espandersi verso le terre prosciugate ed una maggiore proprietà agricola. La prova c'è data dai vistosi interventi di ristrutturazione dell'anfiteatro attuati a metà del II secolo, quindi un intervento costoso su un edificio qualificante l'arredo urbano. 
  
In età tardoantica un terremoto, recentemente datato al 362-380 d.C. 4, interessà Marruvium: infatti, i recenti scavi hanno evidenziato le trasformazioni di alcuni edifici pubblici nel tv secolo, modifiche datate da monete di Valente (3 l4), Costanzo n (335-361), Graziano (375-383) e Costante (408-410). Alcuni ambienti termali, su largo Garbatella, furono, infatti, utilizzati per la produzione di calce, probabilmente in occasione delle necessarie ricostruzioni successive al gravoso terremoto, e le taberna su via della Circonvallazione furono vistosamente restaurate: " Al IV secolo inoltrato devono riferirsi gli ultimi interventi costruttivi che attestano un probabile cambiamento di funzione dei vani e l'accecamento dei passaggi per mezzo di murature in scaglie di calcare e tegolame ". 
 
Fenomeni di abbandono sono riscontrabili a Marruvium nel corso della prima metà del v secolo: le ultime monete romane rinvenute durante i recenti scavi sono quelle relative all'imperatore Costante (408-410), mentre ambienti termali di via della Moletta sono trasformati in area cimiteriale che termina la sua vita nel corso del XIII secolo, dato il ritrovamento, nell'area, di un tesoretto monetale composto da nominali argentei ed aurei normanno-svevi databili tra la seconda metà del IX e la metà del XIII secolo. Probabilmente nel corso del V-VI secolo, il centro inserito nella tardo-romana ed altomedievale Provincia Valeria, ebbe una sede episcopale dedicata alla martire romana Santa Sabina con la basilica situata su un isolato posto a nord-est del diruto foro del municipium marso (sul luogo del balneum muliebre?). 
 
La sede paleocristiana di un vescovo locale legato esclusivamente al municipio romano e la cui eco ci è pervenuta attraverso la citazione di uno " Johannes ecclesice Marsorum ", presente al secondo concilio di Costantinopoli alla metà del VI secolo, e forse di un Luminoso vescovo dei Marsi che fece parte del Concilio Lateranense dell'anno 649 indetto da papa Martino Altra prova della presenza cristiana nel V-VI secolo ci è data da un frammento scultoreo rappresentante agnelli che si abbeverano alla fonte con iscrizione di un probabile passo di un profeta ebraico, recentemente riletto e reinterpretato dall'amico Cesare Letta. 
 
Da evidenziare anche il fatto che la più antica passio dedicata a san Rufino di Assisi cita il santo come primo predicatore del Vangelo " in civitate Marsorum " nel III secolo, e quindi primo vescovo della città marsa ormai in fase di cristianizzazione. Probabilmente vissuti dalla metà del IX alla prima metà del x secolo, sono i " venerabili vescovi " marsi Liduino, Onorato e Landuino, presenti in un contestato (ma datato male) diploma di Ottone I di concessione della diocesi dei Marsi ad Alberico del 964: presuli riferibili invece alla diocesi dei Marsi legata a tutto l'agev Marsorum fucense, comprensivo dei municipia di Mavruvium ed Anxa con esclusione di Antinum nell'alta valle del Liri. Di nessuna consistenza sono invece le ipotesi sulla nascita marruvina del papa marso Bonifacio IV (608-615) in base ad un corrotto passo del Liber Pontificalis in cui si fa riferimento ad una irreale " civitate Valeria ", al posto di una sicura " Provincia Valeria ", " Bonifatius, natione Marsorum, de civitate Valeria, ex patve lohanne medico, sedit ann. VI mens. VIII dies XII ". 
  
In precedenza la struttura diocesana della Marsica del primo cristianesimo del tv-v secolo si era sovrapposta sul tessuto amministrativo dei municipia romani. Con l'invasione longobarda del VI secolo tutto era stato annullato come si può evincere dalle accorate descrizioni della Valeria in Gregorio Magno, in cui si evidenzia la mancanza, per quel periodo, di vescovi nel territorio della Marsica, probabilmente fuggiti alle prime avvisaglie longobarde, ma soprattutto la presenza di monaci verosimilmente ancora addetti alla conversione dei gruppi pagani (goto-romani) che sopravvivevano nell'interno degli insediamenti rurali appenninici. 
 
Fra l'altro è significativo che dopo l'invasione longobarda non si abbia più notizia delle diocesi menzionate dalle fonti tardoantiche in Abruzzo, come Sulmo, Aufinum, Truentum ed Aufidena. Vengono meno anche le diocesi marsicane, non citate dalle fonti, ma deducibili dalle ricerche archeologiche e dalla sopravvivenza altomedievale del termine civitas (Marruvio, Alba, Antino e Carsoli), di cui solo quella marruvina, di cui abbiamo documentazione, come abbiamo già visto, nel VI e VII secolo, sopravviverà con in nome di Civitas Marsicana e si espanderà fino a comprendere gran parte della Marsica medievale. 
  
L'importanza della sede marruvina, anche se in rovina, è attestata dalla presenza in loco fino al IX secolo dello sculdahis, un importante funzionario longobardo che vi risiedeva stabilmente dentro le mura, mentre intorno la sola sede episcopale emerge " super lacum Fucinum sita quid olim fuerit, ruinm urbis et plurimarum circa cecclesiarum ac monasteriorum frequentia 
attestatur ", come dall'accorata descrizione del vescovo Deodorico di Metz sul finire dello stesso secolo. Nello stesso periodo il centro è sede, come la Civitas Carseolana, di una sala, un centro fiscale di età carolingia. Ma nel IX secolo la sede della diocesi marsicana era ormai stabilmente insediata nella cattedrale di Santa Sabina e nel vicino episcopio del luogo detto Milvia (vicino, a sud dell'anfiteatro), quindi posto dentro città ancora circondata da mura " muros de ipsus civitatis ": due edifici situati al centro del vecchio e raffinato municipio romano, ma ormai ridotto ad una serie di campi coltivati, rari casalia e diverse ecclesice monastiche disposte in modo da circondare la nuova e potente sede episcopale d'Alberico. 
 
In precedenza l'area era in gran parte occupata da possessi monastici, come evidenziato da fonti altomedievali, con una presenza cassinese e farfense già a partire dall'vtti secolo: con le famiglie farfensi che coltivavano i terreni " Ad fistulam de Civitate Marsicana " all'epoca del duca di Spoleto Guinigio (anni 789-822); con l'antica chiesa cassinese di " Sancta Maria de Asprandana ", su cui si sovrappose nel IX secolo il monastero di " Sancti Benedicti in pago Marsorum " o <<in civitate Marsicana>> con la " sanctum Paulum super civitatem Marsicanam " confermata a Sant'Angelo in Barregio da Ludovico n nell'877 circa.. 
  
Il IX e la prima metà del x secolo vedono l'intensificarsi della presenza dei monaci con l'arrivo di quelli di San Clemente a Casauria, grazie alle "forzate" vendite dello sculdahis longobardo Gavibaldo che nella civitas risiedeva insieme alla moglie Scamberga e il potenziamento dei cassinesi del monastero di Sancta Maria in Luco (Luco dei Marsi) che vi possedevano, intorno al 957-970, le chiese di " Sancti Cypriani in Civitate Marsicana, sancti Salvatoris in giro eiusdem civitatis, sancte Barbare ibidem ". Ma il tempo del potere benedettino in una zona di frontiera, " in fines Spolitenses ", come la Marsica era ormai in declino, sia per le distruzioni saracene, sia per la forte presenza dei Conti dei Marsi di cui il vescovo Alberico era una diretta espressione. Nello stesso periodo, nel 962, Ottone i aveva donato la "città Marsicana", " Marsim ", a Giovanni XII e probabilmente il papa vi aveva insediato un suo diretto rappresentante, " Ratteri episcopus Marsorum ", che vediamo insieme con Giovanni XII in un suo privilegio del 964 Lo stesso vescovo è presente in un giudicato di Pandolfo di Capodiferro, a favore dell'abate Paolo di San Vincenzo al Volturno, per il possesso di Santa Maria in Apinianico del 22 agosto del 968.
  
È con il vescovo Alberico dei Conti dei Marsi, che la diocesi marruvina raggiunge dimensioni tali da inglobare le precedenti diocesi di Albe, Carsoli e parte dei possessi di Sant'Angelo in Barregio con un territorio che andava da Oricola nella Piana del Cavaliere fino ad Opi sull'alta Val di Sangro. Dopo Alberico la storia della sede episcopale è ulteriormente rafforzata dai vescovi Pandolfo e Berardo (san Berardo), ma dopo di loro i presuli marsicani preferiscono risiedere in sedi più sicure e meno esposte agli attacchi dei vicini feudatari. È del 1222 il saccheggio dell'area da parte di Tommaso Conte di Celano durante i conflitti di Federico II di Svevia devastazione che portò all'occultamento di un tesoretto monetale nell'area del vecchio quartiere delle terme romane utilizzate fino al XII secolo come ossario comune. Il secolo successivo vede l'abbandono della sede episcopale a favore della vicina Pescina, sede di una baronia della Contea di Celano, in cui la sede diocesana si trasferirà in modo decisivo nel 1580. Delle strutture emerse dagli scavi solo poche sono rimaste alla luce: la domus in corso Vittorio Veneto, un tratto di strada lastricata su piazza Risorgimento, l'anfiteatro sottoposto a recenti scavi e, naturalmente, i monumentali monumenti funerari dei Morroni, anch'essi sottoposti a recenti scavi e restauri. 
 
 
 Testi tratti dal libro Marsica guida storico-archeologia
 

 
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